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sabato, 13 giugno 2009
Ciao a tutti e benvenuti in questo blog che raccoglie la mia ultima fatica.
Nel menu a sinistra trovate l'indice numerato per sfogliare i capitoli pagina per pagina.
NB Questo romanzo è il terzo di una saga di tre racconti. E' scritto in modo indipendente, quindi non necessita della lettura degli altri due, ma per chi volesse aggiornarsi a dovere prima di cominciare, trovate il primo su http://finoalsole.splinder.com
e il secondo su http://argentoesmeraldo.splinder.com
Non ho ancora sistemato l'indice, ma vi basta sfogliare le pagine dei blog usando la numerazione in fondo allo schermo.
PS : nON DIMENTICATE DI LASCIARE CRITICHE , SUGGERIMENTI, E COMMENTI! cIAOOOOOO

sabato, 13 giugno 2009
Capitolo 118
L’abito bianco di Selene, giaceva come un cimelio d’altri tempi su una sedia nella camera dell’hotel. Ai suoi piedi, le scarpe altrettanto candide, davano uno strano senso di passato.
Gabriel si liberò della cravatta e la camicia e si stese sul letto ascoltando lo scroscìo della doccia dal bagno. Ripercorse ogni momento di quell’indimenticabile giornata e respirò profondamente come se l’aria avesse un profumo particolare in quella notte, che non voleva lasciar sfumare.
Lei lo raggiunse poco dopo vestita di un’elegante camicia da notte di raso azzurro che si tingeva di mille riverberi nella penombra della stanza.
I lunghi capelli, leggeri e lisci, le scendevano morbidi sulle spalle a contrastare i colori pastello che erano nelle caratteristiche dei suoi occhi e dei suoi lineamenti.
I passi silenziosi e lenti, a piedi nudi, la accompagnarono accanto a lui, che la seguì con lo sguardo ammirato finchè non fu così vicina da sentire l’odore del bagnoschiuma che aveva appena usato.
Gli si stese vicino e poggiò il capo sul suo petto.
Gabriel le accarezzò i capelli e le baciò la fronte, poi sollevò le spalle per guardarla ancora.
Il viso sereno e niveo, aveva la perfezione e il roseo colorito di una statua di cera. Gli occhi cristallini, coperti da un velo lucido di emozione, lo scrutavano ancora increduli. I capelli scuri, sparsi sul cuscino, sembravano disposti tutt’altro che a caso, nella loro armonia di linee che richiamavano quella del disegno dipinto sul viso, il collo e le spalle.
Le labbra rosate, ammorbidite dal vapore dell’acqua, parevano vibrare impercettibilmente desiderando le sue.
Selene gli accarezzò il viso assorto, sfiorandolo lievemente con il suo tocco leggero e seguì i suoi scultorei lineamenti fino alle spalle.
La camera sembrava invasa da una fremente magia, la luce fioca si divertiva a muoversi sulla loro pelle, evidenziando ad ogni spostamento, nuove ombre e nuovi chiaroscuri, lasciandoli stupiti, istante dopo istante, di quanto nessuna prospettiva smettesse di alimentare la bellezza dei loro corpi.
Gabriel la baciò in modo fuggente e si allontanò da lei sentendo la necessità di lavar via di dosso la stanchezza con una doccia rigenerante.
Lei chiuse forte gli occhi e si strinse al cuscino lasciando libera qualche lacrima di scorrere via, a brillare nel buio, e morire su quel guanciale che testimoniava i suoi primi e veri attimi di completa felicità, che raggiunse la sua estrema pienezza quando lui le fu di nuovo accanto e la racchiuse tra le sue braccia regalandole attimi di grande tenerezza e premura.
Selene cercava i suoi occhi e continuava, instancabile a far scorrere le sue mani sul suo viso e tra i suoi capelli, sussurrandolgi delle delicate e quasi inavvertibili parole che sembravano entrare nella sua anima marcandola a fuoco e alimentando quell’amore, che per quanto fosse grande, sembrava continuare a crescere attimo dopo attimo senza che mai fosse visibile il confine.
Il tempo sembrava aver perso la propria essenza, scorrendo alterato e impreciso tra quei secondi eterni, che si incastonavano l’un l’altro senza un ordine preciso, costruendo minuti, quarti, e ore, senza che loro riuscissero a coglierne la consapevolezza del suo fluire, al punto da far sembrare quasi indiscreta e invadente la voglia di andare oltre quell’infinita tenerezza, che li riempiva vicendevolmente dell’amore negatogli dalle controversie della vita.
A poco a poco, e quasi col timore di sprecare troppo in fretta gli attimi finali di quel giorno che non sarebbe mai più tornato indietro, lo sfiorare appena delle loro labbra, si mutò in baci più profondi, caldi e passionali. Le carezze delicate presero forza e si spinsero oltre i confini dell’innocenza che li aveva dominati fino a quel momento, conducendoli lentamente sui sentieri irragionevoli del desiderio.
Gabriel sfilò via ansioso, ma dolcemente, ciò che restava della camicia di lei e si lasciò andare alla passione, scoprendole il seno e poi rivestendolo soltanto dei suoi baci ardenti, incoraggiato dai fremiti e i gemiti silenziosi del corpo di Selene, che si mostrava a lui ormai sorprendentemente libera da ogni complesso.
Lei lo strinse a sé, e le sue mani tracciarono solchi profondi sulla schiena di lui, finchè non sentì il suo ventre premere forte su di lei.
Gabriel cercò le sue labbra e la baciò con passione mentre la liberava dell’ultimo indumento di pizzo celeste che ostacolava la loro completa unione.
-Ti amo, Selene..- le sussurrò frenato dal timore di farle male, ma lei accompagnò ancora i suoi movimenti sospirando in un timido e silenzioso lamento di piacere.
I tempo sembrò fermarsi in quel preciso istante, e ciò che fu dopo, parve disperdersi in una dimensione sconosciuta, ciò che accadde dopo e nei giorni seguenti fu un perpetuo essere sospesi tra la vita e il sogno, un sogno meraviglioso, dal quale si risvegliarono un pomeriggio in Kenya, abbracciati su un morbido materasso a pochi centimetri da terra, sorretto da tronchi di legno scuro, tra coperte e tessuti dai colori caldi dalle complesse fantasie africane.
Selene sfiorò con le dita il viso di Gabriel, che ancora con gli occhi chiusi cercava di svegliarsi del tutto.
Percorse la sua guancia e poi, dolcemente il collo, fino alla spalla ammirandone la bellezza e le tinte che gli dipingeva addosso la luce delle candele.
Lui sentì qualcosa di umido bagnargli il braccio che faceva da cuscino al capo di Selene.
Sollevò piano le palpebre e la vide piangere in silenzio con il sorriso sulle labbra.
La accarezzò dolcemente e ricambiò il sorriso –Hey…Perché queste lacrime?-
Selene gli passò le dita tra i capelli con fare materno –Perché solo ora mi rendo conto di ciò che è successo…Perché solo ora ho capito che sei mio…Mio per sempre-
Gabriel le accarezzò i capelli e le baciò la fronte –E’ così anche per me…Ero talmente felice, incredulo, e preso dalla meraviglia dei momenti che abbiamo passato insieme, che non riuscivo a capire…Siamo sposati, Selene, siamo marito e moglie…Siamo una famiglia, e questo è solo l’inizio-
Lei lo abbracciò forte e lo baciò con passione prima di essere interrotta da rumori sospetti all’esterno della costruzione di paglia completamente immersa nella savana.
-Stavolta è un leone, me lo sento…- ipotizzò terrorizzata.
Lui abbozzò una risata –Ti ho detto che ci sono le guardie, e che i leoni non li lasciano avvicinare al Lodge. Dai, andiamo a a vedere-
Il piccolo lago che si estendeva davanti alla loro vista, rispecchiava i colori di un suggestivo e inimitabile tramonto.
Alcune zebre erano giunte a dissetarsi nelle acque immobili e tranquille, completando un maestoso quadro dipinto dalla natura che faceva mancare il fiato per la meraviglia.
Selene corse all’interno della tenda a cercare la sua macchina fotografica e cominciò a scattare decine di foto da ogni angolazione.
Gabriel la osservò stupendosi attimo dopo attimo per il suo entusiasmo e la sua spensieratezza, un aspetto che non aveva ancora conosciuto, e che lo affascinava ancora di più impedendogli di staccare gli occhi da lei.
Il vento caldo, nonostante l’approssimarsi della sera, le scuoteva i capelli, e l’odeggiare dei vestiti leggeri la immergeva a perfezione in quello scenario da sogno.
-Credi che tuo fratello sarà disponibile per una riproduzione gigante di questa foto sulla parete della nostra camera da letto?- commentò scegliendo la migliore sul display.
Gabriel le si avvicinò per guardare, ma si mostrò alquanto perplesso deludendo le sue aspettative –Hmmm…Non saprei. La foto è molto bella ma…Opterei più per una cosa del genere…-
Le prese dalle mani la macchina fotografica e cercò un appoggio decente. Inquadrò il paesaggio e le disse –Ecco, così è perfetto…Adesso vai lì, Selene, e non muoverti-
Lei lo assecondò incuriosita e senza più alcuna fobia di essere immortalata.
Gabriel avviò lo scatto e corse accanto a lei baciandola appassionatamente, mentre un click fermò una meravigliosa immagine del cielo viola, rosa e amaranto che si stendeva come uno sfondo da favola a fare da scenario al loro amore, e a quell’incantevole paesaggio etnico che sarebbe rimasto per sempre impresso, indimenticabile, eterno, immortale tra i primi ricordi del loro lungo cammino insieme.
The End
sabato, 13 giugno 2009
Capitolo 117
Quando la musica cessò, i camerieri avevano già preparato il tavolo per quello che era l’ultimo rito di consuetudine.
Invitarono gli sposi ad avvicinarsi alla torta nuziale, e mentre i calici di cristallo venivano riempiti di champagne, il cielo si illuminò di fuochi d’artificio a fare da cornice ad un bacio appassionato richiesto a gran voce dagli invitati.
Le mani si unirono, ancora tremanti di emozione, strette sul manico del coltello per il taglio della torta, mentre Arthur immortalava, instancabile gli ultimi scatti di quella giornata memorabile, con il prezioso aiuto di suo zio.
Quando furono terminate le foto con gli invitati, uno dei camerieri sfilò con un carrello adornato di fiori e palloncini bianchi a forma di cuore legati ad una busta da lettere attirando la curiosità degli sposi e degli invitati.
-Questo è da parte mia, di Elisabeth e di Arthur, e ovviamente dei rispettivi consorti- spiegò Edward.
Gabriel era alquanto perplesso –Ok, vi ringrazio, ma non è educato regalare una busta con dei soldi così, davanti a tutti…- scherzò.
-Poche chiacchiere, dai, che siamo distrutti- intervenne Arthur –Aprila, avanti-
Lui la raccolse con cautela e sfilò i legacci dei palloncini lasciandoli volare nel cielo.
Aprì ansioso la busta con un po’ di timore e con il sospetto che fosse uno scherzo.
Estrasse un foglio ripiegato a tre su sé stesso e lo lesse insieme a Selene senza capirne il senso.
-Lo sapevo che era uno scherzo…La prenotazione per un day-hospital a nome mio…però a dire il vero, la cosa non fa per niente ridere...- commentò Gabriel.
-Guarda che non è per nulla uno scherzo- gli spiegò Elisabeth –Quel ricovero ti serve assolutamente, devi fare una serie di vaccini prima di…-
-Prima di goderti il nostro vero regalo…- la interruppe Arthur mentre i bambini portarono tutti insieme, in un piccolo corteo un aereo giocattolo adornato per l’occasione con una scritta “Kenya” e due biglietti legati alle ali.
Gli sposi impallidirono per la gioia e l’imbarazzo di quel dono tanto inaspettato, visto che avevano deciso di rimandare il viaggio di nozze, e tante altre piccole cose poiché nessuno dei due era economicamente indipendente.
Gabriel scosse la testa mortificato per tanta generosità –Voi siete dei pazzi…Non era il caso, ragazzi, veramente…-
-Beh, se non volete andarci, possiamo sempre sostituirvi io e Nicole- intervenne Arthur.
Gabriel sciolse i biglietti e li guardò ancora incredulo –Toglici il pensiero, un regalo è un regalo…E non va mai rifiutato…E poi il Kenya…E’ una vita che sogno di andarci, come avete fatto ad azzeccare?-
Edward sospirò afflitto –Indovina…?-
-Beh, allora, qualche volta servi a qualcosa…- gli rispose lui stringendo la mano di Selene e sognando già la sua ambita meta per la quale non poteva avere una compagna di viaggio più adatta.
Si scambiarono uno sguardo che disse più di mille parole, poi lei corse ad abbracciare Elisabeth e gli altri ringraziandoli commossa e felice come non lo era mai stata.
Quella splendida e indimenticabile giornata sembrava non voler mai vedere fine, ma a notte quasi inoltrata, gli invitati cominciarono a cedere alla stanchezza e si congedarono a poco a poco, lasciando il giardino vuoto e silenzioso, colmo soltanto di una già profonda nostalgia.
Gabriel e Selene salirono esausti nell’auto di Edward che li accompagnò in un albergo a pochi minuti da lì dove avrebbero alloggiato in attesa della partenza.
Edward li aiutò a portare in camera le loro valige con il necessario per quella notte, poi salutò Selene e cercò di dileguarsi al più presto possibile, ma mentre varcava la soglia della camera, lesse un pensiero nella mente di suo fratello e si voltò a guardarlo quasi con aria di rimprovero.
-Sono sicuro che Alicia e nostra madre sono state con noi, oggi- gli disse –E hanno gioito insieme a noi…In quanto a nostro padre…Beh, lui non merita di avere un posto in questa giornata così perfetta…Non glielo permettere-
Selene sparì in bagno sentendosi un po’ fuori luogo in quel discorso.
Gabriel era stato colto da un attimo di smarrimento nel ripensare a sua sorella e a sua madre, sentendo più che mai la loro mancanza in quel giorno così importante…Ma Edward aveva ragione…Loro erano state lì, accanto a lui, di questo era sicuro…E nessuna tristezza aveva diritto di farsi strada a sbiadire la sua felicità.
Non gli rispose, non disse una parola, perché sapeva che era inutile, perché lui sapeva già tutto.
Edward si assicurò che quei pensieri fossero del tutto spariti, poi voltò le spalle per andar via, ma si fermò nuovamente e tornò indietro ad abbracciarlo, schiacciando inverosimilmente il suo orgoglio.
-Devi essere felice, ora, Gabriel, hai capito? Devi guardare soltanto avanti, e ti auguro che Dio sappia ricompensarti per tutto ciò che hai superato senza mai perdere la fiducia in lui…E soprattutto, per quello che hai fatto per me, per Selene, e per chiunque hai saputo contagiare con la tua forza-
Lui scosse la testa spiazzato dal suo insolito comportamento –Io non ho fatto niente…E’ solo merito di Dio, e delle persone di cui si sta servendo per aiutarvi. Mi raccomando, Edward…Lo so che è dura avere un impegno fisso, ogni giorno, con una persona che ti scava dentro e cerca di riportarti a galla il dolore…ma è necessario, ricordatelo. Continua ad andare da quel medico, non mollare, e vedrai che presto andrà ancora meglio-
Suo fratello annuì –Si, certo che ci vado, tranquillo. Ma tu ora devi pensare soltanto a te, e a Selene. Io sono sulla strada giusta per il ritorno-
Gabriel sorrise –Lo so, Edward, lo so-
-Ok…Allora io vado, ti lascio alla tua “sposa”…E mi raccomando, i bambini vogliono un nuovo cuginetto-
-Cercherò di fare del mio meglio- gli rispose lui spingendolo fuori dalla porta –Ma ora sloggia, che sei di troppo-
-E se ti serve un consiglio…- continuò Edward percorrendo il corridoio -…Richiedi un collegamento, e te lo dò in tempo reale-
-Ma smettila, e sbrigati ad addormentarti perché non mi va di sentirmi osservato, ok?-
Edward scoppiò a ridere –Chiudi la porta, Gabriel, e taci, che qualcuno potrebbe fraintendere!-
Continuò a ridere tra sé mentre scendeva le scale con un imperdonabile senso di invidia nei suoi confronti per quella splendida giornata e quel matrimonio da sogno, mentre lui stava per varcare di nuovo la soglia del suo odiato appartamento che lo imprigionava accanto ad una donna che non amava e che lo aveva separato dai suoi affetti più profondi.
Desiderò con tutto sé stesso tornare a vivere a casa Wilson, e mentre l’auto percorreva la notte, si impose di trovare le parole giuste per spiegarlo ad Anna e farle capire che non gli andava più di vivere lontano dalla sua famiglia.
Gli mancava Elisabeth, ma gli mancava terribilmente, e soprattutto, la quotidianità vissuta con suo padre, i suoi zii, con Arthur e Nicole, e gli mancavano le voci e il chiasso dei bambini che giocavano tutti insieme, e anche Daniel sembrava sentirsi solo e spento da quando l’avevano separato da Nick, Victoria e Sophie.
Non poteva pensare alla sua vita lontano da loro.
La sua permanenza in quell’appartamento non gli sembrava altro che un alloggio provvisorio. Non riusciva ad accettarlo come casa sua, e sapeva che non l’avrebbe mai accettato.
Ma prima che arrivasse sotto il portone, si convinse di nuovo, che restare lì fosse la cosa migliore…
Non avrebbe sopportato la presenza di Michael e non gli andava affatto di condividere il suo stesso tetto.
Non aveva alternative, purtroppo, e capì che quello, come qualsiasi altro posto, sarebbe stato la sua condanna finchè, e se, Michael sarebbe di nuovo andato via.
sabato, 13 giugno 2009
Capitolo 116
A fine serata, prima della torta, misero l’ormai irrinunciabile e romantico lento e Gabriel e Selene aprirono le danze tra gli applausi e un grido di auguri in coro.
Il piccolo Daniel si arrampicò addosso a sua madre mostrando chiara l’intenzione di voler ballare con lei, e Anna lo accontentò volentieri.
Edward volse uno sguardo al tavolo di Elisabeth e Michael, e capì che lei avrebbe almeno avuto il buon senso di non fingere fino a quel punto, e che sarebbero rimasti lì seduti fino al momento della torta.
Tuttavia, ripensando a ciò che le aveva detto l’ultima volta che si erano parlati, e in che modo le aveva urlato contro, sentì di doverle delle scuse.
Si alzò e si avvicinò a loro senza alcun timore fingendosi incredibilmente rilassato.
-Michael, permetti?- gli chiese prendendo la mano di lei e fregandosene altamente se Elisabeth acconsentisse o meno.
Michael lo fissò in modo minaccioso, ma poi riprese il suo solito e orgoglioso controllo –Ma certo, ci mancherebbe-.
Elisabeth si sentì terribilmente in imbarazzo. Non aveva alcuna voglia di assecondarlo, ma se si fosse opposta, avrebbe sicuramente destato dei sospetti e avrebbe attirato ancora di più l’attenzione degli altri.
Così si alzò quasi trascinata da lui, che le tenne stretta la mano finchè non raggiunsero l’area da ballo, quasi temesse che lei potesse tornare indietro.
Le sollevò le braccia sulle sue spalle e le cinse la vita accarezzandole impercettibilmente i fianchi provocandole un brivido lungo la schiena.
-Sei molto tesa- le disse Edward scostandole una ciocca di capelli dal viso per guardarla negli occhi.
Lei abbassò lo sguardo –Questa potevi risparmiartela-
Lui abbozzò un sorriso e scosse la testa –No che non potevo. Chissà quando mi si ripresenterà l’occasione di riaverti così vicina-
La strinse leggermente, permettendo ai loro corpi di ritrovare quel calore tanto familiare, dal quale, però, lei riprese subito le distanze.
Lo guardò con gli occhi lucidi perdendosi ancora una volta nella perfezione dei suoi lineamenti e nel respiro troppo vicino che sentiva attirarla pericolosamente a lui.
-Pensavo mi odiassi…E soprattutto…Pensavo che avessi finalmente trovato il giusto equilibrio con Anna- sussurrò con la voce rotta.
Edward le sorrise ancora, sarcasticamente –Si, infatti l’ho trovato…L’ho trovato nello stesso modo in cui tu l’hai trovato con Michael-
Elisabeth sfuggì nuovamente ai suoi occhi, ma lui la strinse ancora costringendola a guardarlo in faccia –Non sei brava a fingere…Non con me…Ti conosco meglio di quanto conosco me stesso-
Lei desiderò scappare via, in quel momento, temendo di scoppiare a piangere da un momento all’altro.
-Cosa credevi…- continuò Edward -…Che mi sarei fermato alle idiozie che mi hai raccontato? Quello puoi farlo con Michael, è lui che crede a tutto quello che gli dici e a tutto quello che fai…Io no, ti conosco troppo bene…Non stavi fingendo, quella mattina con me, non hai mai finto…E se non l’hai fatto con me, vuol dire che hai finto con lui, il giorno dopo…E per quanto tu possa ancora farmi ribrezzo per i mezzi che hai usato, ora, almeno, so perché l’hai fatto-
Lei assunse un’aria sorpresa –Cosa?-
-Lo so, è così…So tutto- le rispose
Elisabeth sorrise nervosamente –Arthur mi aveva giurato che avrebbe tenuto la bocca chiusa-
-E l’ha fatto- confermò lui –Ho appreso da altre fonti-
Lei scosse la testa pensierosa –Non può essere, nessuno lo sapeva-
-Nessuno oltre la lettera che hai scritto a Sophie, quella che tenevi nascosta insieme alle altre, e che speri che un giorno ti giustifichino-
Lei impallidì –E tu come diavolo fai a sapere di quelle lettere?-
-Le ho cercate- le rispose lui –O meglio, ho cercato qualcosa del genere…Perché sapevo che l’avessi fatto…L’hai sempre fatto…Fermare in qualche modo la tua vita da qualche parte, che sia in un diario, in un album di fotografie, in un filmato. Non hai mai tralasciato nessun tuo ricordo, e io volevo sapere dove, e se, avessi conservato anche me. Volevo sapere quello che non sei mai riuscita a farmi capire, o a dimostrarmi…E ora l’ho capito-
Elisabeth era ancora incredula –Vuoi dire che sei entrato nel mio studio, che hai scavato tra le mie cose, che hai aperto tutte le commissioni, gli ordini, le fatture…Tutto…Finchè non hai trovato quella cartellina?-
-Esattamente-
Lei scosse la testa con rancore e con un filo di rabbia –Come ti sei permesso, eh? E tra l’altro, quelle lettere, sono scritte in codice, come hai fatto a leggerle?!-
Edward rise divertito –Tesoro, mi dispiace deluderti, ma quella scrittura in codice, io e Arthur l’abbiamo decifrata quando avevi più o meno…Quattordici anni-
Elisabeth sospirò incredula e terribilmente a disagio mentre sentì il rossore infiammarle il viso.
-Questa non te la perdono…Non te la perdonerò mai-
Lui le sollevò il mento e cercò di tranquillizzarla accarezzandola con lo sguardo –Ely, ascoltami…Quello che ho letto non può che farmi piacere-
Lei ripercorse in un attimo tutte le parole scritte in quelle centinaia di fogli che ormai la carellina racchiudeva a stenti e si sentì morire di vergogna, visto che più volte si era lasciata andare alle sincerità più imbarazzanti.
Edward sorrise ancora sapendo chiaramente a cosa fosse dovuta tutta quella soggezione.
-Però, magari…- le disse dolcemente -…Evita di farle leggere a Sophie prima che avrà compiuto diciotto anni-
Elisabeth abbassò lo sguardo inquieta e quasi inorridita da ciò che lei stessa aveva scritto –Sophie non le leggerà mai quelle lettere, ci puoi giurare…Ho cominciato a scriverle per lei, ma poi…Sono andata un tantino fuori tema…E smettila di fissarmi in quel modo!-
Lui abbozzò una risata soddisfatta attirando su di loro gli sguardi degli altri, così si ricompose e abbassò la voce –Se le avessi lette prima, quelle lettere…Tante cose sarebbero state molto più semplici…E non avrei sprecato i migliori anni della mia vita a massacrarmi nei miei inutili dubbi…E soprattutto…Non avrei mai sposato Anna-
-Ah no? – ribadì lei –E quali alternative avevi, eh? Io ero già sposata a quei tempi…E avevo già un bambino…-
Edward si sentì morire di nostalgia e rimpianti.
-Si, ma tuo marito era già un uomo da poco…E io, invece… Io che sono stato il tuo confessore sin da quando hai imparato a parlare, io che sapevo cosa cercavi in un uomo, io che sapevo esattamente cosa volevi…Quanto tempo credi che ci avrei messo a convincerti a lasciarlo, eh?-
Il viso di Elisabeth si distese di nuovo a quelle parole così cariche di rabbia e amore –Quelle lettere ho cominciato a scriverle soltanto quando ho saputo di essere incinta…E quando avevo la consapevolezza di ciò che eri stato per me…Perché fino ad allora, nel cuore non avevo altro che confusione…E comunque,non saresti stato leale in quel caso…-
-E credi che m’importasse qualcosa?- sospirò profondamente, interrotto dai battiti accelerati del cuore mentre la osservava per un attimo, nella sua eleganza e l’insolito trucco marcato, con i capelli raccolti e nello stesso tempo lasciati liberi di avvolgersi in modo naturale sulle spalle e sul collo adornato da un collier di oro bianco e rubini.
-Elisabeth…- le disse quasi sussurrando –Tu forse non hai mai capito veramente cosa sei per me…Non hai mai immaginato cosa sarei stato capace di fare per te…Se solo tu mi avessi dato un po’ di coraggio…-
Lei lo guardò con rimpianto sentendosi pervadere da un lieve tremore per l’emozione che aveva percepito nelle sue parole.
-Quindi…- dedusse timidamente –Parli al passato…-
Edward la avvicinò a sé e le accarezzò la schiena quasi dimenticando di essere sotto lo sguardo di Michael –Sei tu che hai voluto che restasse solo passato, ed è a te che resta il potere di decidere di cambiare il nostro destino-
Chiuse gli occhi e avvicinò la fronte alla sua –Ti basta una sola parola…Ti basta solo un cenno…E giuro che ti bacio qui, ora, davanti a tutti…Dimmi di si, ti scongiuro….-
Lei scosse la testa e si allontanò ancora, sebbene il suo istinto e il suo cuore le suggerissero tutt’altro.
La suggestione dello scenario, l’atmosfera felice e romantica, e lui, che rispecchiava così incredibilmente tutto ciò che per lei era l’amore indiscutibile, avrebbero reso semplicissimo il pronunciare un “si”…Si, è te che voglio, è con te che voglio vivere, è con te che voglio condividere il resto dei miei giorni…Ma le voci dei bambini che quasi sovrastavano la musica, e l’immagine del piccolo Daniel, così teneramente e spensieratamente stretto a sua madre, le impedirono ancora una volta di lasciar comandare il cuore, e liberandosi dalle sue braccia senza guardarlo negli occhi, tornò a sedersi al suo posto, accanto a Michael, accanto alla sua famiglia, con un nodo in gola che non l’avrebbe più lasciata per tutta la vita, sotto gli occhi lucidi di Edward che stavolta cercavano invano di nascondere il dolore.
La piccola Sophie non aspettava altro che quello che ormai considerava il suo principe azzurro, si liberasse di sua madre per poter correre a rubarle il cavaliere.
Gli tirò i pantaloni e lo guardò con gli occhi pieni di aspettative –Dio, dio, balli co mmè?-
Edward abbassò lo sguardo su di lei e le sorrise tristemente
–Ma si, certo principessa-
La sollevò e la strinse forte a sé, mentre le piccole braccia della bimba gli avvolsero il collo con una forza quasi inverosimile per una bambina di poco più di due anni.
-Hey, così mi strozzi!- protestò dolcemente lui scostandosi dalla faccia i morbidi capelli dorati.
La piccola lo strinse ancora di più e gli diede un bacio gridandogli –Ti amo, dio Eddy!-
Edward ricambiò il bacio e la scostò da sé per ammirare la bellezza dei suoi grandi e lucenti occhi, poi le accarezzò i capelli mentre il viso delle piccola si sbiadì lentamente per poi tornare nitido.
-Ti amo anch’io, principessa…Non immagini quanto…-
Le parole gli si strinsero in gola, mentre volgendo un ultimo sgaurdo alla maschera che Elisabeth aveva di nuovo indossato, non potè che sentire verso di lei il terribile rancore per averlo allontanato in quel modo da sua figlia.
sabato, 13 giugno 2009
Capitolo 115
(Texas, aprile 2009, quattro mesi dopo)
Il giardino di casa Wilson, gremito di fiori e decorazioni, sembrava attendere ansioso l’ennesimo lieto evento della sua storia.
Era una serena giornata di sole primaverile, e l’atmosfera si fondeva a meraviglia con i colori degli addobbi e gli arredi sacri.
Edward annodò la cravatta grigio perla a suo fratello e gli appuntò lo spillone con il diamante, poi guardò soddisfatto il risultato.
-Chi l’avrebbe mai detto che un giorno qualcuno l’avrebbe indossato- commentò con il rammarico di averlo comprato, anni prima, per poi lasciarlo piegato e stirato in un armadio, e sposarsi dall’altra parte del mondo con una semplice camicia e un comunissimo pantalone.
Gabriel si guardò allo specchio perplesso –Siamo sicuri che non porti sfiga?-
-Cosa sentono le mie orecchie? Un ex quasi prete che crede alla sfiga?- ribattè lui.
-Certo che no…Era per testare la tua risposta-
-Ancora con questa storia? Non ho bisogno di essere convertito, io…Falla finita!-
Gabriel lo ignorò e fissò ancora la sua immagine girandosi in tutte le sue angolazioni –In ogni caso, di sicuro, addosso a te non avrebbe fatto questa gran bella figura-
-Il problema- gli rispose suo fratello perfezionandogli il colletto della camicia –E’ che io non ho bisogno di un abito del genere per fare bella figura-
Gabriel rise di gusto –Ah, si…Su questo non avevo dubbi-
Edward gli diede uno schiaffo dietro la testa –Almeno il giorno del tuo matrimonio, vuoi cercare di essere serio? E ora sbrigati, o sarà il primo caso nella storia in cui arriva prima la sposa-
-Guarda che lo faccio per “sdrammatizzare”…Non hai idea di come mi sento-
Lui sorrise –Ah no? Guarda che sono io quello capace di isolarti dalla nostra telepatia, non tu…-
-Cavolo, ogni tanto mi sfugge…Va bè, vado…-
-Ok- confermò Edward in fremito quasi quanto lui.
Elisabeth e Arthur erano già ad aspettarlo nella sala di musica per il servizio fotografico.
Elisabeth restò senza fiato quando lo vide, e dovette faticare a restare indifferente al suo fascino.
L’abito scuro gli metteva in risalto a meraviglia gli occhi chiari, e la camicia bianca contribuiva a creare un gradevole contrasto con la sua pelle scura.
-Gabriel, posso confessarti una cosa? – gli disse
-Confessami tutto ciò che devi confessarmi ora che sei ancora in tempo- scherzò lui.
Lei lo guardò ammirata –Se ti fossi fatto prete, sarebbe stato un affronto imperdonabile per la popolazione femminile mondiale-
Gabriel rise di gusto –E’ dal primo giorno che ci siamo conosciuti che ci provi spudoratamente, vuoi smetterla? Guarda che non sei più una ragazzina, certe cose non puoi più permettertele-
-Dici di no?- lo affrontò lei con malizia, consapevole di quanto la rendesse splendida il suo vestito bordeaux tempestato di strass con un vertiginoso spacco e una vistosa scollatura che le metteva in risalto il seno perfetto.
Lui sospirò –In ogni caso…Ti sarebbe bastato presentarti in seminario vestita così, alla “Jessica Rabbit” per dissuadermi immediatamente dalla mia vocazione-
Elisabeth rise divertita –Ora sei tu che ci provi, o sbaglio?-
-Io l’ho sempre fatto- ribattè lui –Sei tu che non hai saputo approfittarne, e ti sei persa un’occasione d’oro, che rimpiangerai per tutta la vita-
Lei rise ancora –Ma smettila, buffone, chi ti credi di essere?! Io meglio di te li butto via tutti i giorni!-
-Mi avvisate quando avrete finito voi due?- intervenne Arthur.
Gabriel scosse la testa –Guarda, “mezzopolmone”, che è un discorso necessario, da chiarire ora, o mai più-
Poi si rivolse ancora a lei –Allora, che facciamo? Vado a sposarmi o scappo con la fotografa? Hai circa mezz’ora per pensarci-
-Mezz’ora? Scherzi? Ho già prondo il jet privato qui fuori se vuoi, basta un tuo cenno-
Lui sospirò –Con te non sono mai riuscito a capire dove si ferma lo scherzo e dove comincia la parte seria-
Lei sorrise –Beh, in realtà, è la parte seria che finisce al jet…Al massimo possiamo organizzarci con un cavallo-
-Splendido, è più romantico- commentò Gabriel.
-Time out- si impose Arthur –Se non ci sbrighiamo, padre Joseph andrà in escandescenze-
Gabriel diede un’occhiata fuori dalla grande vetrata –Lo vedo già irrequieto…Hai ragione, diamoci una mossa-
Il servizio fotografico durò giusto mezz’ora, Gabriel era raggiante, e ciò rese il tutto più semplice e perfetto.
L’attesa davanti all’altare fu massacrante, ma per fortuna, potè contare sull’ironia di Jeremy e Sheyla, che non avevano rinunciato ai loro bizzarri abiti neanche in quell’occasione che li vedeva al centro della scena insieme agli sposi a fare da testimoni.
Gabriel avrebbe voluto suo fratello al posto di Jerry, o lui ed Anna come ulteriori testimoni, ma Edward si era decisamente rifiutato sentendo ancora addosso la colpa del suo matrimonio fallito, anche se non ufficialmente.
Selene attraversò il giardino sostenendosi al braccio di suo padre, bellissima, in un sobrio e candido abito a stile impero.
I capelli scuri e liscissimi, contrastavano il bianco di un lungo velo sorretto da una corona di fiori.
Il viso velato da un trucco leggero e non più scavato dal grigiore e dalla magrezza, denotava trionfalmente il suo cammino verso la guarigione.
Gli occhi sereni, brillanti di luce, riflettevano il naturale azzurro, accentuato da un mirato make-up che si intonava a perfezione con la delicatezza del tatuaggio ormai del tutto integrato a coprire la sua pelle ustionata, della quale restava solo un ricordo lontano.
Con le sembianze e l’eleganza di una dea, raggiunse il suo sposo, con un incombente nodo in gola, a cui si impose di rispondere con il sorriso.
Non avrebbe permesso più ad alcuna lacrima di riempirle gli occhi, non in quel giorno, non ora, che aveva di fronte a sé, tutto ciò che desiderava dalla vita.
La mano di Gabriel, accolse la sua, pallida e sottile, mentre gli occhi smeraldo la fissavano colmi di emozione e ammirazione.
Sorrisero l’un l’altra, increduli e con l’unica paura che qualcosa potesse rompere quell’immensa felicità alla quale erano talmente poco abituati da pensare che non gli appartenesse.
La cerimonia fu breve e semplice, come lei aveva voluto, e i festeggiamenti, allietati da musiche e danze, si protrassero fino a notte fonda, incontrando tre differenti culture tra gli invitati australiani, la famiglia adottiva di Gabriel dall’Inghilterra, e quella americana che li ospitava, ma che si ritrovarono inverosimilmente unite ed affiatate come se quella distanza e quella differenza non fosse mai esistita.
I bambini, corsero, risero e ballarono instancabili, per tutto il giorno, con i loro vestiti eleganti macchiati di terra, erba e cibo e i capelli scompigliati, colorando le ore di allegria e innocenza con le loro vocine stridenti in sottofondo.
Edward e Anna sembravano in perfetta sintonia, ma in realtà lui recitava soltanto una commedia più curata del solito per sfidare Elisabeth e lo splendido quadretto familiare che anche lei si era artificialmente creato.
Ma lei non era brava quanto lui, e le si leggeva chiara negli occhi una profonda tristezza, dalla quale Edward sembrava quasi trarre beneficio.
Michael sembrava tranquillo, sicuro di sé, e come da sempre, era incapace di leggere negli occhi di sua moglie, o semplicemente non gli importava molto di quel dettaglio, troppo preso dalla soddisfazione di riavere la sua famiglia e la sua indiscutibile immagine.
Lui e Edward, si rivolgevano la parola soltanto per gli assurdi convenevoli familiari o quando il piccolo Nicholas coinvolgeva suo padre e i suoi zii in qualche gioco o qualche discussione.
Edward lo odiava per quella sua indifferenza, per quella sua inesistente dignità che l’aveva fatto tornare sui suoi passi e accettare di tornare a vivere con una donna che l’aveva gestito a suo piacimento giocando sul legame che aveva con suo figlio e che per lui non provava altro che un labile affetto.
Michael, invece , gli era nettamente superiore. Riusciva ad ignorarlo, a non considerare affatto la sua presenza, godendo della sua rabbia per la vittoria che aveva ottenuto scavalcando i sentimenti di Elisabeth, e ferendolo sanguinosamente con la gestione ormai lecita della piccola Sophie.
Quella discutibile conquista lo ripagava di tutti gli affronti subiti e gli dava la forza di affrontare la sua presenza senza alcun timore.
Edward, però , non si era arreso, tutt’altro…Stava solo aspettando il momento giusto per riprendere in mano la situazione, e quel momento non lo vedeva affatto lontano.
Era molto confuso su ciò che voleva fare della sua vita, ma di una cosa era certo: non aveva intenzione di restare a guardare mentre un’altra persona si arrogava il diritto di fare da padre a sua figlia.
Presto avrebbe messo le cose in chiaro…Non sapeva come, né cos’avrebbe fatto, ma sentiva che la soluzione era vicina, come un’illuminazione che nasce all’improvviso dopo un infinito tempo di riflessione.
martedì, 09 giugno 2009
Capitolo 114
Un giorno, Edward la raggiunse mentre passeggiava in giardino e le chiese se poteva restare con lei qualche minuto.
Selene si mostrò gentile e disponibile, come sempre, e lui prese tempo, consapevole del rischio che stava per correre. Stava per mettere a repentaglio la bella amicizia che si era creata tra di loro, ma era l’unico tentativo da fare per smuoverla da quella situazione che l’avrebbe portata inevitabilmente alla morte.
-Devo dirti una cosa, Selene- esordì cercando di avere più tatto possibile.
-Cosa?- gli chiese lei continuando a passeggiare e sfiorando le foglie di un cespuglio con la mano.
-E’ una cosa delicata, e non so come la prenderai…Quindi te la dico solo se mi assicuri che non ti offenderai e che non mi considererai sfacciato e invadente-
Lei lo guardò negli occhi e impallidì, poi abbassò lo sguardo e tornò a muovere alcuni passi tra l’erba.
-Ok, ci provo…- gli rispose -…Tanto so che non potresti mai offendermi-
-Bene. Allora te la dico…-
Lei lo osservò incuriosita e si sedette su una panchina.
Edward si accomodò accanto a lei e la fissò nelle splendide iridi celesti –E’ dal primo momento che ti ho vista che mi ispiri una cosa…-
Selene sorrise perplessa –Bisogna che ti spieghi meglio, Edward…-
-Si, certo…-
Cercò di essere più delicato possibile nell’illustrarle la sua idea, e lei non ne sembrò affatto offesa o turbata, anzi la accolse con entusiasmo e dopo averne parlato con Gabriel si organizzarono per vedersi a casa di Edward durante un week-end in cui Anna sarebbe stata fuori per uno stage.
Selene non si fidava di nessuno oltre loro due e la presenza di Anna l’avrebbe imbarazzata troppo.
Edward affidò il piccolo Daniel ad Arthur e Nicole, e armato dei suoi più precisi strumenti del mestiere, cercò di concentrarsi al meglio su ciò che stava per fare.
Socchiuse le tapparelle lasciando entrare appena la luce necessaria. Era la prima volta che si apprestava a compiere una simile fatica, ma ne era estremamente esaltato, visto che le sfide rappresentavano da sempre quel qualcosa che dava senso alle sue giornate.
Selene era ansiosa quanto lui, ma visibilmente carica di speranza per quella che poteva finalmente essere la sua rinascita.
Gabriel, invece, era abbastanza nervoso e preoccupato. Non gli sembrava il caso di fare una cosa simile, non lo riteneva per nulla necessario, ma lei sembrava così entusiasta e piena di aspettative, che si era convinto che potesse essere una soluzione ai suoi problemi. Non desiderava altro che vederla felice, e libera dai suoi inutili complessi, e se ciò sarebbe servito a farla stare meglio, non sarebbe certo stato lui a impedirglielo.
Edward stava trasformando il tavolo della sala da pranzo del suo modernissimo appartamento, in una disordinatissima tavolozza con decine di sfumature di un particolare colore semipermanente.
Di tanto in tanto osservava Selene, che sembrava distratta e spensierata, cercando di cogliere le giuste tinte dei suoi occhi e delle sue cicatrici.
-Se cominciamo così- commentò Gabriel –Anna sarà di ritorno molto prima che tu abbia tracciato la tua prima linea-
Suo fratello lo fulminò con lo sguardo –Senti, non so se te ne sei reso conto, ma sto per iniziare l’opera d’arte più impegnativa della mia vita, quindi, mi prendo tutto il tempo che serve...Se non ti sta bene, sei libero di trovarti un altro passatempo, la tua presenza non è richiesta-
-Stai scherzando? La mia presenza qui è fondamentale, senza il mio consenso non se ne fa nulla, devo approvare il risultato finale- gli rispose.
-Bene, allora perché non vai a farti un giro e torni tra qualche ora?- lo invitò
-Ti piacerebbe. Scordatelo, e concentrati, adesso-
-Ci puoi scommettere. Cuciti la bocca finchè non te lo dico io, ok? O Selene pagherà le conseguenze della mia distrazione-
-E tu pagherai le conseguenze della mia ira- ribattè Gabriel.
-Si, sto già tremando…Taci, va, che è meglio…-
Gabriel non gli rispose per non protrarre la discussione all’infinito. Si sedette seccato su un divano e attese in silenzio.
Edward prese ancora del tempo, mischiò ancora delle delicate tinte di rosa e celeste finchè non fu sicuro e soddisfatto del risultato.
-Ecco, ci siamo- comunicò a Selene.
Lei sembrò improvvisamente più ansiosa e il viso le si coprì di un visibile imbarazzo.
Edward le sorrise cercando di metterla a suo agio, per quanto anche lui sentisse lo stesso impaccio per la situazione.
-Quando vuoi- le disse –E cerca di alzarti i capelli il più possibile-
-Ok- rispose timidamente lei raccogliendosi i liscissimi capelli con un elastico.
Poi volse per un attimo lo sguardo verso Gabriel come per cercare un po’ di coraggio.
Lui le sorrise cercando di essere allo stesso tempo minaccioso nei confronti di suo fratello.
-Tranquilla- le disse –La situazione è sotto controllo. Appena colgo qualche pensiero che va minimamente oltre il suo lavoro, lo sopprimo all’istante-
Selene abbassò lo sguardo sui bottoni della camicia e ne liberò il primo sorridendo tristemente –Non è questo che mi imbarazza…Lo sapete entrambi qual è il mio problema-
Edward la guardò in modo rassicurante –Siamo qui per questo, Selene…Non devi preoccuparti di nulla-
Lei lo fissò negli occhi sinceri e incoraggianti e pensò a quanto fosse fortunata ad avere il suo sostegno e il suo aiuto.
Tolse via dalle asole il resto dei bottoni e si sfilò la camicia per poi procedere con sempre maggiore imbarazzo con il resto dei vestiti e la biancheria intima.
-Ti dispiace se metto un po’ di musica?- le chiese Edward cercando si nasconderle la difficoltà in cui anche lui si trovava.
Lei sorrise –Sempre meglio del silenzio-
Il tasto del telecomando fece partire “May it be” di Enya.
-Perfetto- commentò Selene –Adoro la musica new age-
Gabriel era visibilmente contrariato –Seguaci di Satana!- li accusò.
Suo fratello volse uno sguardo complice a Selene –Hai qualcosa in contrario se lo cacciamo via?-
-Io? Certo che no, anzi, direi che la cosa, addirittura mi solleverebbe- gli rispose in tono scherzoso.
Lui si alzò offeso e un tantino geloso della complcità che si era creata tra di loro –Bene, se è così, tolgo il disturbo, ma poi non vi lamentate se vi faccio cancellare tutto e cominciare da capo-
-Fuori!- gli comandarono in coro sapendo di alimentare a dismisura la sua permalosità.
-Ok, ok…Siete stati molto, ma molto chiari- rispose –Vado a farmi un giro in cucina visto che si prospettano ore di digiuno-
-Ecco, bravo- commentò suo fratello –E giacchè ci sei, prepara qualcosa anche per noi-
Gabriel non proferì oltre e sparì dietro la porta scorrevole della cucina.
I colori caldi degli arredi e i tendaggi rendevano l’ambiente particolarmente accogliente.
Selene si guardò intorno e si sentì attraversare da un brivido di freddo.
-Scusami, che idiota- le disse Edward –Ti accendo il condizionatore, non ci avevo pensato-
Lei gli sorrise –Che fai, ora leggi anche nel mio pensiero?-
-Non ancora, ma la pelle d’oca non è difficile da leggere- le rispose.
-Si vede così tanto?-
-Abbastanza-
Edward posizionò il suo sgabello all’altezza giusta dalla quale riteneva giusto cominciare e le disse –Ora mi serve la tua completa collaborazione. Devi stare assolutamente ferma e rilassata-
-Ok, ci provo…-
Lui intinse un sottilissimo pennello di un colore scuro e, partendo da un punto preciso del suo fianco sinistro, tracciò una linea sinuosa seguendo nel modo più naturale possibile l’andamento delle cicatrici, una linea che si divise in decine di delicate ramificazioni, e da quel punto scese sul ventre fino al ginocchio per poi ripartire dal punto di partenza e salire sul seno, il collo e parte della guancia deturpata dalle bruciature.
Dopo i primi tocchi lievi del pennello, Selene tirò un sospiro di sollievo e cominciò a sentirsi sul serio a suo agio, rilassata e senza alcun timore.
La delicatezza e la professionalità di Edward, la rassicuravano e la fiducia che aveva acquistato in lui copriva le sue paure di essere giudicata.
Lo guardò ammirata, mentre lavorava con tanta dedizione, per lei, solo per lei, senza alcun altro scopo.
Sentendosi osservato, lui le volse uno sguardo accorgendosi che aveva gli occhi lucidi.
-Qualcosa non va?- le chiese preoccupato.
Lei scosse la testa e gli sorrise –No…E’ che…Nessuno ha mai fatto tanto per me…-
-Guarda che io adoro questo genere di cose…Non mi costa nulla- le rispose lui tornando a tracciare linee sul suo corpo deturpato.
Selene restò ad osservarlo in silenzio, poi gli chiese –Credi davvero che funzionerà?-
Lui respirò un attimo per recuperare il fiato trattenuto per tenere la mano ferma –Questo mio amico di cui ti ho parlato si occupa proprio di coprire le cicatrici…Ma di solito si rifiuta di farlo su quelle da ustioni, perché la pelle è troppo poco elastica ed è difficile che il colore regga, anche perché non sono cicatrici lisce. E’ per questo che la maggior parte del disegno, farò in modo che sia a pochi millimetri dal confine delle ustioni, sulla pelle sana. Le linee interne saranno poche, e in ogni caso,sfumate dal colore, in modo che se dovessero distendersi non guasteranno comunque il disegno.
Per le parti colorate, invece non dovrebbero esserci problemi, anche se si spandono, o si scolorano sembreranno fatte apposta, e in ogni caso, sarà possibile riprenderle in futuro.
Comunque, in parecchie parti possiamo sfruttare il colore stesso delle ustioni, l’illusione ottica sarà quasi invisibile. Ma ti avviso…Sentirai molto, molto dolore-
Selene sospirò –Non vedo l’ora..E nessun dolore può superare quello che mi porto dentro da anni, ormai-
Lui le sorrise, e continuò il suo lavoro in silenzio, al massimo della concentrazione. Ci pensava e ripensava decine di volte prima di tracciare una linea, per far si di creare qualcosa di armonioso che coincidesse perfettamente con le linee disconnesse delle cicatrici, e per sfruttarne al massimo il colore.
Lei si fidò ciecamente di lui, stando immobile per quasi sette ore, senza fare neanche una minima pausa per pranzare.
Alle quattro del pomeriggio terribilmente esausto, non per il lavoro che in sé non aveva nulla di faticoso, ma per la concentrazione a cui aveva dovuto fare appello, Edward la accompagnò davanti ad uno specchio e le coprì gli occhi prima di concederle di vedere il risultato.
Lei restò immobile davanti al vetro e scrutò con attenzione il suo corpo che sembrava, finalmente non avere più niente di mostruoso.
Gli occhi le si abbagliarono di lacrime mentre lo sguardo scorreva piano dal ginocchio sinistro, fino allo zigomo, dove l’estremità dell’ultimo ramo, seguiva la linea dell’occhio e terminava con una minuscola foglia, verso l’attaccatura dei capelli, dando al suo viso, un fascino del tutto particolare.
I colori delicati, e perfettamente in tinta con le sue iridi, le esaltavano i lineamenti pur senza essere vistosi.
Quel disegno sembrava nato insieme a lei, e le stava addosso come un vestito che calzava a perfezione senza fare il minimo difetto, come se fosse una sola cosa con il suo corpo.
Una lacrima scese sul tenue fiore che era spuntato sul suo viso e corse giù, correndo tra i rami e le piccole foglie, che le adornavano il collo e il petto, fermandosi sulla curva del seno, dove si posava una farfalla dalle ali sottili e leggere, che sembravano muoversi ad ogni spostamento della sua pelle.
La seguirono altre gocce trasparenti, che bagnarono i fiori e le foglie come se fossero gocce di rugiada.
Edward le baciò affettuosamente i capelli, intenerito dalle sue lacrime e le sorrise attraverso lo specchio.
Selene continuò, incredula, a far viaggiare i suoi occhi su quello splendido dipinto che aveva trasformato qualcosa di orribile in una bellissima decorazione.
Sarebbe rimasta ore ed ore lì, ad osservarsi, senza neanche più far caso al fatto di essere completamente nuda.
Ora sentiva di amare quel corpo, che vedeva meraviglioso, senza più nulla da nascondere, e con in compenso, qualcosa da esibire orgogliosamente.
I suoi occhi, sgorgarono ancora lacrime mentre cercavano inutilmente le tracce mostruose delle sue ustioni che si confondevano a meraviglia con il disegno.
Edward la lasciò sola, poi tornò con un’accappatoio e la aiutò ad infilarsela.
-Ora basta piangere, o finirai per cancellare tutto prima che arrivi a destinazione- le disse.
Lei si strinse nell’asciugamano e si sedette sul divano continuando a piangere lacrime di sfogo e di gioia contemporaneamente.
Gabriel la raggiunse e la abbracciò forte, chiedendole poi di mostrarle il frutto di quelle sette ore di lavoro in cui l’avevano costretto a restare segregato in cucina per dargli la sorpresa finale, e lui non potè che restarne abbagliato e affascinato.
-Dimmi tu quando, e se sei pronta- le dissse Edward –Così chiamo il mio amico e lo avviso che stiamo arrivando-
Selene si asciugò le lacrime e lo fissò raggiante –“Quando, e se”? Chiamalo subito, Edward, voglio essere lì al più presto…Non vedo l’ora di fissare per sempre questa meraviglia sulle mie maledette ustioni-
Lui annuì soddisfatto, più che della sua opera, dell’effetto che aveva avuto su di lei.
Vederla così radiosa gli riempiva il cuore e lo ripagava di quelle sette lunghe ore di sacro impegno, e apriva la strada ad una nuova speranza, ad una nuova forza, che ora le si leggeva chiara addosso.
La forza di dare una svolta alla sua vita, di ricominciare da zero, di riprovare a star bene, e stavolta, in modo definitivo.
lunedì, 08 giugno 2009
Capitolo 113
Sembrava che nel semibuio di quel lungo corridoio dai colori spenti, si fosse creata un’altra dimensione, un mondo a parte, costruito in pochi istanti con la sola forza di ciò che di nuovo stava nascendo nella loro vita.
Le parole di lei, però distrussero in un istante quello stato di grazia che si era creato dopo una lunga e insopportabile attesa.
-Gabriel?...- sussurrò con la voce debole.
-Si?-
-Devo dirti una cosa importante…-
-Ok…Ti ascolto-
Selene prese tempo, poi sospirò e strinse forte le sue braccia intorno a lui.
-Dio solo sa quello che provo per te, ma…-
-Ma?- le chiese lui preoccupato
-Ma…- continuò lei sillabando -…Ma io non voglio condannarti a vivere accanto ad un mostro, e per di più con dei disturbi mentali-
Gabriel scosse la testa quasi offeso da quelle parole –Un mostro? Ma che diavolo dici, Selene? Smettila!-
Lei lo fissò negli occhi –So guardarmi allo specchio, so cos’ha dovuto passare Martin per colpa mia, so quanto sia imbarazzante presentarmi agli amici…-
Lui le chiuse le labbra con un dito –Io non sono Martin, e tu non sei un mostro!-
Si allontanò da lei e le voltò le spalle, scosso dalle sue parole.
Regnò un profondo silenzio.
Gabriel si sedette sul letto e si coprì la faccia con le mani, poi sospirò –Ci sono tante cose di me che non sai…Anzi, tu non sai niente del mio passato…Non sai niente di come è andata la mia vita prima che questa maledetta malattia mi si accanisse contro cercando con tutte le sue forze di strapparmi via dal mondo-
Selene annuì e si avvicinò di qualche passo –Si, è vero…Non so assolutamente nulla di te…Per quanto possa essere assurdo-
-Sono cambiato in un modo radicale, Selene, quasi inverosimile…- le confessò faticosamente -…Quando mi sono svegliato dal trapianto, tre anni fa, il mondo mi è apparso completamente diverso…Non pensavo che avrei mai più aperto gli occhi, e forse è stato così, forse i miei vecchi occhi non li ho più riaperti-
Lei lo ascoltò affascinata e incuriosita dalle sue parole –Cosa vuoi dire…? Non capisco il nesso con ciò che ti ho detto io…-
-Lo so- le rispose lui –So che non puoi capirlo, e so anche che non posso spiegartelo. So soltanto che la persona che ero prima, non lo sono più, e che cerco altro adesso, dalla vita…E l’ho trovato in te-
Lei gli voltò le spalle –Tu non sai quello che dici…Quanto tempo sei stato insieme a me, eh? Un giorno? Due? Tu non lo sai cosa significa stare con una “sfigurata”…Non lo sai, Gabriel, e non te lo meriti-
Gabriel si alzò incollerito –Sei tu che non hai mai capito niente di me, sei tu che non riesci a farti l’idea giusta di come ti vedono gli altri! Sei tu che ti vedi un mostro…Tu, e nessun altro…Per me sei perfetta, e non potrei che vantarmi ad averti accanto! E sono pronto a dimostrartelo, in tutti i modi, anche in modo irreversibile-
Selene si perse su quell’ultima frase.
-Cosa vuoi dire?- gli chiese con la voce flebile faticando a restare in piedi per la debolezza.
-Voglio dire che non è mio solito limitarmi alle parole…Tu hai bisogno di certezze, e io sono pronto a dartele. Mettimi alla prova, Selene-
Lei era profondamente confusa.
Aggrottò la fronte –Metterti alla prova? Non capisco, non capisco davvero-
Gabriel le si pose di fronte e la fissò negli occhi –Qual è la prova più grande tra due persone che dicono di amarsi? –
Selene rise stizzosamente e scosse la testa –Tu sei completamente pazzo, Gabriel-
-Chiedimelo…E poi dammi un mese di tempo- insistette.
Lei rise ancora e sentì improvvisamente svanire tutti i suoi dubbi, perfettamente cosciente del fatto che sarebbero tornati subito dopo.
-Un mese? Ma è assurdo!- esclamò quasi dimenticandosi dei capogiri che la affliggevano ormai da tempo per il prolungato digiuno.
-Chiedimelo- insistette.
Selene finse tristemente di stare al gioco –Chiedertelo, io? Ma non dovrebbe essere il contrario?-
Lui scosse la testa –Siamo nel duemilaotto, Biancaneve, direi che è ora di dare una svolta alla storia, no? E poi sei tu ad avere dubbi, non io-
Il viso di lei si coprì di sconforto –Smettila di dire sciocchezze, Gabriel, non scherzare-
Ma lui sembrava più serio che mai –Non sto affatto scherzando, e non mi va più di perdere tempo con le tue paure infondate. Ne ho abbastanza di sofferenze, Selene. Voglio anch’io la mia parte di felicità, e posso averla solo con te-
Selene negò con un cenno del capo –E’ successo tutto così in fretta, Gabriel…Non facciamoci prendere da facili entusiasmi. Io non sto bene, ho bisogno di cure e di tranquillità-
-Appunto- insistette lui –Lascia quel covo di persone ignoranti che ti ritrovi attorno, troviamoci una casa, trovati un bel lavoro…Il padre di Edward conosce tantissima gente, non avrà problemi a cercare qualcosa che ti gratifichi-
Lei sorrise amaramente –Ho l’impressione che tu stia correndo troppo…Gabriel, io ho la mia famiglia a Sydney, e tu…Tu fino a qualche ora fa eri su una strada completamente opposta! Prendiamoci del tempo…Dopo ci sarà tutto più chiaro-
Gabriel non potè che accettare a malincuore la sua scelta, mentre quel giorno avrebbe voluto spaccare il mondo per quanto si sentiva appagato e carico di energia.
Selene, invece, era debole e sfiduciata, troppo fragile e delusa dalla vita per lasciarsi andare a nuove aspettative. Riuscì a convincerla soltanto di restare lì, in Texas, ancora per qualche giorno prima di tornare a casa.
Josh, invece, si rimise in viaggio il mattino seguente.
Il cambiamento d’aria, l’atmosfera serena, e l’ottima cucina di Amelia, sembravano aver favorito l’appetito di Selene, ma non era altro che fumo negli occhi. Non riusciva a fare a meno di correre in bagno a vomitare dopo aver ingerito anche soltanto un bicchiere d’acqua.
Solo dopo qualche giorno, Gabriel si accorse di quanto grave fosse la situazione e non aveva la minima idea di come comportarsi con lei.
Ogni cosa, ogni frase, ogni parola, sembrava terribilmente fuori luogo, e sembrava farla sprofondare nell’isterìa.
Tutto andava bene, tutto scorreva liscio finchè non si toccava l’argomento, o finchè non fosse lei stessa a volerne parlare.
Lei sembrava addirittura evitarlo, e preferire di gran lunga la compagnia di Edward, che era senz’altro più lucido e razionale poiché viveva la situazione senza coinvolgimenti emotivi, nonché sicuramente più delicato nell’affrontare determinati discorsi.
Edward, Anna e il piccolo Daniel si erano appena trasferiti in un appartamento ammobiliato poco distante da casa Wilson, ma lui non riusciva comunque a stare lontano da suo padre, da Arthur, e dalla piccola Sophie. Così, spesso restavano lì a cena, e passavano in quella casa, la maggior parte del loro tempo libero.
Gabriel era seriamente preoccupato per Selene, e cercava di “ascoltare” il più possibile le confidenze che faceva a Edward e la soluzione, sembrava una soltanto, e purtroppo, impossibile da raggiungere…Selene aveva tanti problemi, ma la chiave era sempre la stessa: le sue maledette ustioni che le impedivano di vivere come una persona normale e che lei non riusciva ad accettare.
venerdì, 05 giugno 2009
Capitolo 112
Quando arrivò a casa Wilson, erano ancora tutti riuniti per la colazione. Josh era con loro, di Selene, invece non c’era traccia, probabilmente segregata in qualche camera come era suo solito fare.
Lo invitarono a sedersi insieme a loro, chiaramente contenti di rivederlo, ma lui, dopo aver rivolto un’occhiata complice a suo fratello, si scusò spiegando loro che preferiva vedere subito Selene.
-Ti accompagno- gli disse Edward alzandosi e anticipandolo su per le scale.
Gabriel esitò un attimo prima di seguirlo. Le gambe sembravano non volerlo reggere, non gli sembrava vero che lei fosse lì, a pochi metri d’aria da lui.
Inspirò profondamente, poi impose ai suoi passi di salire il primo scalino, e dopo fu tutto più facile.
-Selene è a pezzi- gli disse Edward freddandolo con quelle parole.
-Si, lo so…L’ho vista, stanotte- gli rispose con la voce strozzata.
-Lei non voleva venirci qui, per nessuna ragione- gli spiegò –E’ stato Josh a costringerla-
Gabriel annuì in silenzio, grato, per una volta al suo odioso nemico.
Nel frattempo erano arrivati davanti alla porta di una delle stanze riservate agli ospiti.
-Mi raccomando- gli disse ancora Edward –Fai attenzione a quello che dici, e assicurati di aver azionato il cervello-
Lui sospirò –Vedo che hai sempre più stima di me…-
-Sempre…- confermò suo fratello sparendo giù per le scale.
Rimasto solo, davanti a quella porta che segnava l’ingresso nella sua nuova vita, pensò e ripensò mille volte alle parole da usare, senza decidersi a bussare, ma prima che ne trovasse il coraggio, Selene lo anticipò.
Doveva essere già da alcuni minuti dietro la porta ad aspettare un suo segno, ma lei non aveva alcuna intenzione di aprire e di mostrargli il suo triste aspetto.
-Gabriel?- sussurrò con un filo di voce facendolo sobbalzare un attimo prima che alzasse il pugno per percuotere il legno della porta.
-Selene…-gli rispose con altrettanta emozione.
-Vattene, ti prego- gli disse con la voce rotta da lacrime appena nate.
Lui scosse la testa e cercò di sorridere, anche se lei non poteva vederlo, con uno stretto nodo che gli soffocava la gola.
-No, Selene…Non me ne vado-
Le lacrime di lei cominciarono a scendere a fiumi sul viso –Per favore…Lasciami in pace…-
Gabriel accarezzò la porta immaginando la sua mano sottile e tremante dalla parte opposta –Aprimi, dai…Solo un attimo-
La sentì piangere più forte –Non posso, Gabriel…Non voglio che tu mi veda così-
Lui scosse la testa e cercò di addolcire la voce.
-Ti ho già vista- le disse –Posso vedere tutto ciò che vede mio fratello, l’hai scordato?-
Selene scoppiò in un pianto inconsolabile.
Gabriel restò in silenzio ad ascoltarla con il cuore a pezzi.
-Sei bellissima, come sempre- continuò –Come ti ho sempre immaginata e sognata, ogni notte… Devi solo voltarti, e mostrare di nuovo la tua luce, perché c’è ancora, lo so che c’è…La luna non può spegnersi, può soltando nascondersi-
Lei si asciugò il viso e sentì un brivido attraversarla nel sentire quelle parole.
Le gocce di pianto continuarono a scorrerle veloci sulla guancia ustionata e sull’altro zigomo candido e levigato a perfezione.
-Aprimi…Per favore- insistette lui.
Selene tremava, persa nel groviglio di emozioni contrastanti e nelle lacrime di gioia e disperazione.
-Non voglio che tu mi veda- gli disse ancora singhiozzando –E non voglio vederti…Non riuscirei a sopportare un altro addio-
Gabriel sospirò –Non sono qui per pietà, Selene…Né per convincerti a ricominciare a mangiare. Sono qui solo per te, e non ci sarà nessun addio se tu non vuoi-
Lei sentì un tonfo al cuore. Non credeva alle sue orecchie. Il tremito aumentò e le lacrime di dolore lasciarono spazio a quelle di emozione.
-Ho lasciato il seminario- continuò lui –Non era quella la mia strada...Non sarei mai riuscito a cancellarti dalla mia vita. Ho vissuto questi giorni con l’unico, solo e straziante desiderio di riabbracciarti…-
Le lacrime di lei ormai scorrevano incontrollabili, a fiumi…
-Gabriel…- sussurrò appena.
-Si, sono qui-
-Non credere che il mio sia un capiriccio, o un’altra trovata per attirare l’attenzione di chi mi vuole bene…Io sto male, sto male veramente. Non sono io a rifiutare il cibo…E’ il mio corpo che si ribella a qualsiasi cosa mi dia la possibilità di vivere-
Gabriel strinse gli occhi per soffocare il dolore di quella confessione–Lo so, Selene, lo so…Non ho mai pensato che lo facessi apposta. Ma ora aprimi, ti prego…Abbiamo tanto tempo per parlarne…Abbiamo tante cose da raccontarci…e abbiamo già aspettato troppo. Ogni attimo che scorre fuori da questa porta, lo stiamo togliendo alla nostra vita. Apri…Per favore-
Lei raccolse tutte le flebili forze che gli erano rimaste e cercò di farsi coraggio.
Sfiorò la maniglia della porta, poi esitò ancora.
-Chiudi gli occhi, Gabriel…Non guardarmi- lo pregò.
Lui sorrise e assecondò quella sua assurda richiesta coprendosi gli occhi con una mano.
Sentì la chiave girare nella serratura, e poi la porta aprirsi lentamente. Percepì il suo inconfondibile profumo e l’aria muoversi in quel singolare modo in cui muoveva solo dopo essere passata intorno a lei.
Poco dopo, due braccia delicate si avvolsero intorno a lui stringendolo timorosamente.
Selene poggiò il capo sul suo petto e le lacrime ricominciarono a scorrere inarrestabili mentre ascoltava il cuore di lui battere all’impazzata.
Gabriel poggiò le labbra tra i suoi capelli sottili e le accarezzò piano le spalle, prima di assicurarsi che non fosse un sogno e stringerla forte senza paura che scomparisse.
La distanza che li aveva separati, sembrava aver messo addosso ad entrambi un manto di estraneità.
I loro corpi apparivano qualcosa di sacro, qualcosa da sfiorare appena, con estrema cura, con lo stesso timore e attenzione con cui si tocca un cristallo…Qualcosa di estremamente fragile, ma di una bellezza disarmante.
I loro occhi non si erano ancora incontrati, mentre stretti in un abbraccio che sembrava non voler finire mai, ascoltavano i loro cuori battere l’uno contro l’altro, stretti nella morsa di quell’amore che non aveva mai ceduto ad alcun limite e ad alcuna razionalità.
-Spero di morire ora…- sussurrò Selene mentre ancora le lacrime inarrestabili scorrevano via a fiumi bagnando la maglia nera di lui.
Gabriel sorrise per mandar giù l’emozione che sentiva ormai inarrestabile nei suoi occhi –No, ora no…-
Le accarezzò i capelli liscissimi e sfiorò con le labbra il suo viso bagnato –Basta piangere, adesso…Abbiamo già pianto abbastanza-
Selene cercò di asciugarsi gli occhi e di mantenerli asciutti, poi li strinse forte per cacciar via ogni impedimento e gli accarezzò dolcemente il viso cercando timorosamente le sue labbra.
Lui le sfiorò ancora i capelli, sorprendendosi a tremare come un bambino al contatto con la sua bocca rosea, cedevole, salata di lacrime di cui non restava altro che quel sapore amaro, sostituito presto dalla dolcezza di un bacio profondo e ardentemente desiderato da entrambi.
Selene si rifugiò nuovamente tra le sue braccia , silenziosa e indifesa mentre si lasciava di nuovo andare ai suoi terribili pensieri.
Gabriel la strinse a sé e continuò ad accarezzarla come se fosse un cucciolo ferito.
Ripercorse in pochi istanti la sua vita, si rivide bambino, adolescente, adulto, cercando nel suo passato una simile emozione, ma si accorse di non aver mai saputo cosa significasse amare, prima di conoscere lei, e improvvisamente, gli anni buttati a perdersi dietro squallide avventure di una notte, gli apparirono terribilmente stupidi, inutili, e lontani da quanto immensamente bello ci fosse anche in un semplice bacio dato ad una persona con cui valeva veramente la pena condividerlo.
giovedì, 04 giugno 2009
Capitolo 111
Gabriel gli raccontò ciò che era successo, cercando di non tralasciare nessun particolare e pieno di speranza sul fatto che lui potesse dargli una mano nell’interpretare il suo sogno.
Padre Joseph mantenne il sorriso e gli occhi chiusi fino alla fine del racconto, e quando li riaprì erano ricoperti da un velo lucido.
-Quello che tu hai “visto” stanotte- gli disse con la voce roca –Io l’ho capito un po’ di giorni fa…Ma aspettavo conferme, perché la volontà di Dio si riconosce solo da quello-
Gabriel era ancora confuso, sebbene si fosse fatto una mezza idea temendo però di peccare di pensiero umano.
-La prego, mi dica ciò che pensa…- gli chiese quasi supplicandolo.
Padre Joseph sorrise ancora –E’ tutto molto chiaro, Gabriel…Noi chiedevamo una risposta, e lui ci ha mandato tuo fratello…Ma noi, imperterriti, eravamo ancora nel dubbio, così ti ha mandato Selene. Ora dimmelo tu cosa significa tutto questo...Devi dirlo tu, Gabriel…-
Lui scosse la testa e il cuore ricominciò a battergli all’impazzata mentre si sentiva invadere da una pienezza e da una serenità che aveva atteso per troppo tempo.
-Significa che…- sillabò -…Che Lui vuole che io vada da loro?-
Il sacerdote rise nuovamente e scosse la testa –Dio non è così limitato…I suoi progetti li fa sempre in grande…-
Gabriel era terribilmente confuso –Padre, la prego…-
Padre Joseph lo fissò negli occhi –Pensa al tuo sogno, Gabriel…A quelle visioni, le stesse, identiche che io ho avuto un po’ prima di te…Edward e Selene sono soltanto l’inizio. Dio non ti vuole chiuso in un istituto…Dio ti vuole vicino a chi soffre. Ti ha messo alla prova con la tua malattia, ti ha fatto toccare la morte, e si è servito di quella malattia per mostrarti la bellezza della vita, affinchè tu potessi mostrarla agli altri. E’ questa la tua chiamata, è questo che vuole da te…E ti ha dato un mezzo potente per delegarti a questo compito così difficile. Me l’ha confermato Edward quando gli ho parlato l’altro giorno, e me l’ha confermato la nostra visione comune.
Il fuoco, quello che abbiamo visto ai piedi della croce, è il simbolo della preghiera incessante…La preghiera di intercessione. Io l’avevo capito già da tempo, e credo che tu l’abbia notato dal mio cambiamento, ma come ti ho detto, non ne ero mai sicuro e volevo ulteriori conferme.
A questo punto, però credo che sia sufficiente. Tutto coincide, tutto corrisponde e si combina alla perfezione, com’è tipico dei disegni di Dio.
Vai, Gabriel, prepara le tue cose, e domani mattina ti accompagno a casa di tuo fratello.
Sii sereno, sentiti libero di viverti la tua storia d’amore, e la tua vita, che da oggi in poi, sarà molto più difficile che sacrificarti tra le mura di un convento-
Lui restò qualche istante a fissarlo in silenzio.
-Pensa davvero che Dio voglia questo, da me?- gli chiese incredulo, ma con la certezza di aver avuto la risposta che aspettava da tempo.
Padre Joseph scosse la testa e gli chiese –Tu cosa pensi?-
-Penso che se fosse così…- gli rispose -…In questo momento sarei la persona più felice della terra-
Il sacerdote scoppiò in una risata silenziosa –Ecco, lo vedi? E’ questo che contraddistingue la volontà di Dio: la serenità delle scelte, la gioia di servirlo senza alcun ostacolo, senza alcun dubbio. Tu volevi fare un passo più lungo, ma Dio, questo, non te l’ha mai chiesto…A Dio basta la tua esistenza, e il modo in cui riesci a prenderti cura delle persone-
Gli occhi di lui si coprirono di lucido –Allora spero di non deluderlo…Mai…-
-Lui sarà con te- lo rassicurò il sacerdote –E anch’io ci sarò…Saremo tutti qui a sostenerti. Ma ora fa presto, vai a preparare le valige…Quella ragazza ti sta aspettando, ed è la tua prima missione-
Gabriel si alzò ancora scosso da ciò che era accaduto, e ora, dopo aver aspettato settimane quel momento, gli sembrava addirittura che la risposta gli fosse giunta troppo in fretta, troppo veloce, così evidente, ma così nascosta ai suoi occhi.
Improvvisamente si accorse di temere il suo ritorno alla realtà, si sentì come un neonato che lascia il grembo della madre per andare incontro ad un mondo del tutto sconosciuto.
L’unico suo pensiero fisso mentre raccoglieva per la stanza i suoi miseri averi, era fisso su Selene, e temeva l’incontro con lei. Aveva tanto sognato quel momento, eppure ora, qualcosa lo bloccava, qualcosa gli faceva avere timore e paura della persona che avrebbe ritrovato.
Ora, Selene, era più che mai fragile, inabissata nei suoi oceani da cui era difficile, quasi impossibile, tirarla fuori…Ma si ricordò le parole di padre Joseph e la sua visione: aveva imparato ad usare un’arma potente, la preghiera e la complicità con Dio.
Tirò un lungo sospiro d’incoraggiamento e si fece forza, mentre osservò dalla finestra i primi bagliori dell’alba che lo accompagnarono in quel viaggio che sembrò interminabile, verso l’inizio del suo nuovo inizio.
giovedì, 04 giugno 2009
Capitolo 110
Tornò ad immergersi nel silenzio e nella solitudine della chiesa fredda e semibuia con una strana inquietudine addosso.
Era molto turbato dalle parole di Josh, ma la presenza di Selene, a pochi chilometri da lui, non poteva altro che dargli una terribile ansia di rivederla.
Era giunto lì con l’intenzione di pregare, con la fermezza di chiedere ancora una volta consiglio a Dio, e ancora una volta, Lui non gli rispondeva.
Restò quasi un’ora in chiesa alternandosi tra la panca e il ginocchiatoio, senza aprire gli occhi per timore di qualche distrazione. Un’altra ora inutile della sua vita, ad aspettare una risposta che non arrivava mai, e a combattere con l’adrenalina di riabbracciare Selene.
E come ogni volta, come era sempre accaduto nei momenti più difficili, padre Joseph apparve lì, accanto a lui, con quel rassicurante gesto della sua mano che gli si posava sulla spalla.
-Gabriel?- lo chiamò sottovoce.
-Si?- gli rispose lui
-Posso restare qui? Ti va di pregare insieme?-
Gabriel scosse la testa, e tutta la tensione di quell’ora si sciolse in una lacrima silenziosa –E’ tutto inutile, padre…Dio non vuole rispondermi-
Il sacerdote si inginocchiò accanto a lui e si mise a meditare con le mani poggiate sulla Bibbia.
Passò un’altra mezz’ora.
Padre Joseph aprì il libro e tenne a lungo gli occhi chiusi prima di cominciare a leggere tra sé e sé.
Quando rialzò il volto verso il crocifisso, sembrava che fosse inondato di luce per quanto fosse sereno.
Ringraziò il Signore, poi cinse le spalle di Gabriel con il suo braccio mentre lui continuava a restare assorto nei suoi pensieri tormentati.
-Smettila di chiedere una risposta alle tue domande- gli sussurrò –E comincia a chiedere a Dio di aprirti gli occhi affinchè tu possa vedere le risposte che ti ha già dato-
Gabriel scosse ancora la testa, terribilmente scoraggiato –Io non capisco, padre…la prego, mi parli chiaro-
-E’ tutto già chiaro…Ma sei tu che devi avere le tue certezze…Non posso dartele io. Le mie risposte saranno confermate solo quando le vedrai anche tu-
Lui lo fissò negli occhi –Lo so, ma ora non c’è più tempo, padre…-
Il sacerdote gli sorrise –Ti capisco perfettamente…Ho parlato con quel ragazzo, prima di permettergli di incontrarti. Devi stare tranquillo, Gabriel…Dio ha un tempismo perfetto, non sbaglia mai-
Quelle parole gli risuonarono d’assurdo –Dio mi ha lasciato solo…E’ questa l’unica risposta che riesco a vedere-
Padre Joseph gli sorrise ancora –E’ il rancore che hai nei Suoi confronti che ti impedisce di vedere altro…Ma ricordati, che quel rancore è a senso unico. Dio non ce l’ha con te…Dio sta cercando in tutti i modi di mostrarti cosa vuole. Apri gli occhi, Gabriel…Apri gli occhi-
Lui lo guardò perplesso continuando a non capire, e cercando di leggergli in faccia quel segreto che si ostinava a non voler rivelare.
Rimasto di nuovo solo, tornò a pregare, incessantemente, e in un attimo in cui la sua mente era vuota da ogni pensiero, la vide.
Edward era con lei, e lui la guardò attraverso i suoi occhi.
Aveva il viso spento e solcato dai giorni di evidente digiuno.
Quasi non la riconobbe, avvolta in quel grigiore che copriva l’azzurro delle sue iridi. Il cuore gli si contrasse in uno spasmo e trattenne il grido di dolore che gli provocò quella visione.
Non l’aveva mai vista così, e per quanto Edward cercasse di strapparle un sorriso, le sue labbra si stendevano quasi impercettibilmente in una smorfia di cortesia che portava in sé tutto lo sforzo di chi trascina la vita senza averne più in sé nessun segno.
Strinse forte le mani intrecciate l’una all’altra e le premette sulla sua fronte mentre sentiva aumentare a dismisura il rancore verso Dio.
-Ti avevo chiesto che lei stesse bene…Ti avevo chiesto solo quello…Nient’altro- sussurrò con un nodo stretto in gola.
Le braccia gli tremarono scaricando un’insopportabile rabbia.
Scagliò un pugno sul legno del banco e sentì gli occhi diventargli di fuoco.
Le uniche due lacrime che ne fuoriuscirono, erano calde, e quasi gli scottarono gli zigomi già arrossati dalle notti in bianco.
Era stanco, il sonno e il digiuno l’avevano totalmente debilitato, oltre ad essere stati del tutto inutili.
Si alzò, e uscì dalla chiesa attraversando il buio della notte fino in camera sua, senza vedere nulla, e rifiutandosi persino di accendere la luce.
Si lasciò cadere sul letto, depresso, demotivato, con la visione sconcertante di lei, ridotta in quello stato, silenziosa, spenta, priva di vita, con addosso quel manto di morte che gli stringeva il cuore in una dolorosa morsa.
Le palpebre erano pesanti, la responsabilità che gli gravava sulla coscienza era un masso di pietra che gli sarebbe rimasto addosso per tutta la vita.
Era quello il suo istinto più grande, correre da lei, abbracciarla forte…Ma cosa ne sarebbe stato del suo cammino, della sua chiamata verso Dio, dell’indistruttibile legame che ormai aveva con Lui?
E se sarebbe rimasto lì, in quell’istituto, cosa ne sarebbe stato di Selene? Cosa ne sarebbe stato di quell’amore che cercava disperatamente, ogni giorno, di soffocare, e che invece sembrava crescere rigoglioso, come un seme che viene seppellito sotto il terreno per poi rinascere e continuare a crescere in una robusta pianta senza che lui avesse alcun potere di fermarla?
-Aiutami- sussurrò ancora una volta alzando gli occhi al crocifisso agganciato alla parete, poi cercò di distendere i nervi e di lasciarsi andare a qualche ora di sonno, che tardò ad arrivare mentre i suoi pensieri si alternavano impazziti tra Dio e Selene.
Il silenzio della stanza era così sacro da dargli l’impressione di sentire un fischio assordante. Le ombre immobili si proiettavano sui muri spogli aumentando il senso di inquietudine e solitudine.
Si rigirò tra le lenzuola e affondò la faccia nel cuscino per non vedere e non sentire nulla. Non desiderava altro che dormire, spegnersi un attimo, staccare la spina, non pensare a niente…Ma più si imponeva di dormire, più ogni sua molecola si rifiutava di farlo.
Ci provò per ore con scarsi risultati se non qualche minuto tra veglia e sonno.
Così, esausto e massacrato dalla stanchezza, si alzò e scese in cortile a fare due passi.
Era una notte serena, nonostante fosse ormai autunno inoltrato.
La luce della luna faceva capolino tra i rami semispogli degli alberi. Si udiva in lontananza il canto intermittente di un gufo, e di tanto in tanto, un lieve e freddo soffio di vento agitava le fronde, regalando al buio, con il loro fruscìo, la giusta atmosfera lievemente tetra.
Gabriel si sedette sul solito muretto stringendosi nelle spalle per i brividi di freddo e fissò il sentiero di pietra che si stendeva davanti a lui tra l’erba e che l’aveva portato fin lì.
Sentì una strana sensazione invaderlo, come se il sonno che fino ad allora si era rifiutato di prendere possesso di lui, si stesse facendo avanti improvvisamente lasciandolo in uno stato di semicoscienza.
Si sforzò di tenere gli occhi aperti e si alzò con l’intenzione di tornare a letto, ma d’un tratto, si accorse che il tracciato di ciottoli sotto i suoi piedi terminava a pochi metri da lui come se fosse sparito in una nebbia fitta.
Si strofinò gli occhi per assicurarsi che non fosse uno scherzo della vista troppo affaticata, ma anzicchè tornare tutto come prima, ai lati del viottolo apparvero due figure, inizialmente indefinite, che poi assunsero le sembianze di Edward e di Selene.
Il cuore cominciò a battergli all’impazzata per poi prendere sfogo in una spossante tachicardia.
Selene era alla sua destra, Edward alla sua sinistra, a pochi metri dal lui, ed entrambi gli tendevano la mano.
Il respiro diventò faticoso, il cuore sembrava voler esplodere da un momento all’altro.
Le gambe gli si mossero senza che lui avesse alcuna volontà di farlo e, i passi sulle pietre, lo portarono a pochi centimetri dalle due figure che continuavano a tendergli le mani.
Gabriel li fissò negli occhi, prima l’una, poi l’altra cercando una risposta a quella strana visione…Poi, istintivamente accettò il loro invito, e in quel momento si accorse che le due figure non erano di fumo, né semplici entità.
Le mani che ora stringeva, erano di carne ed ossa e ne ebbe paura.
Appena le toccò, decine di altre mani gli afferrarono i polsi e le braccia, mentre uno sciame di voci, pianti e preghiere lo assordò e lo terrorizzò al punto di ritrarre via le braccia e allontanarsi immediatamente.
Il cuore era ormai fermo e il respiro, intrappolato nel petto.
Ora era solo, davanti a quella strada senza meta.
Le voci assordanti avevano lasciato la scena al silenzio, e le due figure, sparite, insieme alla folla che era improvvisamente apparsa ai lati della strada.
Con gli occhi spalancati e le mani che tremavano compulsivamente, si chiese cosa gli stesse accadendo. D’improvviso non era più sicuro di essere sveglio, di essere lì in quel cortile…Gli sembrò di essere sospeso in una dimensione parallela e di stare in piedi sul nulla.
Una sensazione che durò appena qualche istante prima di avere un’altra visione: un crocifisso, e ai suoi piedi, un fuoco acceso. Una visione che durò un attimo, ma che gli restò impressa nella mente in modo indelebile.
Sobbalzò quando rivide davanti a sé, il sentiero tornare reale, e si accorse che lui, non era in piedi, era straiato sul muretto.
Si era addormentato…E aveva sognato.
Eppure non ricordava di averlo fatto, non si spiegava come fosse possibile trovarsi lì, in quella posizione, a dormire.
Il sogno era ancora così vivo nella sua mente, che ancora ne sentiva il batticuore e il respiro accelerato.
Si rimise a sedere e strinse gli occhi, poi cercò di riprendere le forze mentre si sentiva profondamente turbato.
Guardò l’orologio. Era notte fonda, ma non gli importava, doveva parlare con padre Joseph.
Andò in portineria e compose il numero della sua camera.
Si aspettava di sentire una voce assonnata, o quantomeno di aspettare un bel po’ di squilli prima di avere una risposta, ma non fu così.
Il sacerdote alzò il telefono quasi senza dargli il tempo di suonare e gli rispose molto lucidamente.
Senza neanche ascoltare cos’avesse da dirgli, lo pregò di aspettarlo nella sua biblioteca.
Lo raggiunse poco dopo, con la solita espressione serena e si sedette su una poltrona di fronte a lui.
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